Risk Management: competenze e sfide legali nella sanità integrata

In breve

Intervista a Federica Lerro, avvocato con oltre vent’anni di esperienza maturata esclusivamente nel settore sanitario, dove si occupa di legal, compliance e gestione dei rischi per aziende sanitarie pubbliche e private.

Intervista a Federica Lerro | SAFE-T 2026 – Saving Lives Together
17 settembre 2026 | Palazzo Rospigliosi, Roma

In occasione di SAFE-T 2026 | Saving Lives Together, l’evento promosso da Accurate nella Giornata Mondiale della Sicurezza del Paziente, abbiamo intervistato Federica Lerro, avvocato con oltre vent’anni di esperienza nel settore sanitario e figura di riferimento su legal, compliance e gestione dei rischi per aziende sanitarie pubbliche e private.


Il tema OMS 2026 (Safe care for noncommunicable diseases — Safe care for life!) pone l’attenzione sulla sicurezza lungo tutto il percorso di cura delle patologie croniche. In questo scenario, il risk management non riguarda solo il singolo atto sanitario: diventa presidio della continuità assistenziale, delle transizioni tra setting diversi e della tenuta complessiva della presa in carico. È proprio su questa linea che si sviluppa il contributo di Federica Lerro: un’analisi chiara, concreta e orientata ai processi, dove responsabilità, organizzazione, documentazione e formazione diventano leve decisive per prevenire eventi avversi e contenzioso.


Dal tuo osservatorio di avvocato e risk manager, come cambia il profilo di responsabilità nella gestione continuativa del paziente cronico rispetto a un approccio più episodico?


Nella gestione continuativa del paziente cronico la responsabilità non si concentra soltanto sul singolo atto sanitario, ma si estende alla tenuta complessiva del percorso di cura, alla continuità assistenziale, al coordinamento tra professionisti e alla capacità dell’organizzazione di prevenire interruzioni, ritardi o disallineamenti informativi. La Legge n. 24/2017 ha chiarito che la sicurezza delle cure è parte costitutiva del diritto alla salute e che il rischio sanitario deve essere gestito anche sul piano organizzativo, non solo individuale.
In un modello “episodico” il focus del contenzioso è spesso sul singolo errore diagnostico o terapeutico; nella cronicità, invece, il rischio giuridico nasce molto più spesso da una somma di omissioni minori, da una presa in carico incompleta, da follow-up non eseguiti o da passaggi non presidiati tra ospedale, territorio, specialisti e assistenza domiciliare. Per questo il baricentro della responsabilità si sposta sempre più dal gesto clinico isolato alla qualità della governance del percorso assistenziale.


Quali sono oggi le principali aree di rischio legale nella gestione delle cronicità, in particolare nei momenti di transizione tra diversi setting assistenziali?


Le aree più critiche sono quelle in cui il paziente passa da un setting all’altro: dimissione ospedaliera, passaggio al domicilio, presa in carico territoriale, accesso a specialisti diversi, revisione della terapia e telemonitoraggio. L’Organizzazione Mondiale della Sanità individua proprio nelle transitions of care uno dei momenti a maggiore vulnerabilità per errori di comunicazione, incongruenze terapeutiche e perdita di informazioni cliniche rilevanti.
Sul piano legale, i rischi principali riguardano la mancata riconciliazione farmacologica, l’assenza di una documentazione clinica realmente leggibile e tempestiva, la non chiara attribuzione delle responsabilità di follow-up, e la carenza di informazione al paziente e ai caregiver. In questo scenario, la documentazione non è solo memoria del percorso, ma prova della corretta presa in carico e della qualità del coordinamento tra i diversi nodi della rete assistenziale.


In un modello di presa in carico integrata, come si ridefiniscono i confini di responsabilità tra i diversi attori coinvolti nel percorso di cura?


In un modello integrato i confini di responsabilità non scompaiono, ma devono essere resi espliciti: chi decide, chi esegue, chi monitora, chi rivaluta, chi comunica al paziente e chi presidia i passaggi tra un setting e l’altro. La responsabilità del singolo professionista resta legata al proprio atto, ma cresce la responsabilità della struttura e del sistema quando il danno deriva da difetti di coordinamento, procedure non standardizzate o interfacce organizzative deboli.
L’evoluzione dell’assistenza territoriale, anche con Case della Comunità, COT e telemedicina, rende ancora più necessario formalizzare ruoli, escalation, tempi di risposta e regole di ingaggio tra ospedale e territorio. Il PNRR e i progetti di telemedicina spingono verso modelli nei quali la continuità assistenziale è distribuita tra più soggetti, ma proprio per questo richiede protocolli chiari e accountability verificabile.


Quali strumenti di prevenzione del contenzioso ritieni più efficaci, anche alla luce dell’importanza crescente della documentazione clinica e della comunicazione con il paziente?


Gli strumenti più efficaci sono quelli che trasformano la sicurezza in processo ordinario: percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali realmente applicati, checklist di transizione, riconciliazione farmacologica, audit sugli eventi avversi, istruzioni di dimissione comprensibili, tracciabilità delle chiamate/contatti e sistemi di allerta per follow-up mancati. Le buone pratiche clinico-assistenziali e l’aderenza a linee guida restano centrali anche sul piano difensivo, perché la Legge n. 24/2017 collega espressamente sicurezza delle cure, prevenzione del rischio e riferimento a raccomandazioni validate.
Accanto a questo, la documentazione clinica e la comunicazione hanno oggi un valore decisivo. La disponibilità tempestiva della documentazione sanitaria è espressamente valorizzata dalla legge, che prevede la consegna della documentazione disponibile entro sette giorni dalla richiesta; ma, ancora prima del contenzioso, una documentazione chiara, coerente e completa riduce conflitti, incomprensioni e percezioni di abbandono da parte del paziente.


Che valore attribuisci alla formazione – inclusa la simulazione – nella prevenzione del rischio clinico?


La formazione è uno strumento di prevenzione primaria del rischio, ma funziona davvero quando non è solo teorica e quando riguarda anche i punti di frizione organizzativa: handover, gestione delle urgenze, consenso, documentazione, comunicazione con familiari e governo delle transizioni. Le fonti internazionali sulla patient safety mostrano che il miglioramento della sicurezza passa da processi standardizzati, collaborazione interdisciplinare e addestramento continuo dei professionisti.
La simulazione, in particolare, è preziosa perché consente di allenare il team non soltanto sul “cosa fare”, ma sul “come farlo insieme” in contesti complessi e ad alta variabilità, tipici della cronicità. Per un risk manager, la simulazione è utile – per non dire essenziale – perché rende visibili errori latenti, punti ciechi nella comunicazione e criticità delle procedure prima che si traducano in evento avverso o in contenzioso.


Guardando al futuro, quali azioni concrete – a livello normativo, organizzativo o culturale – ritieni prioritarie per migliorare la sicurezza del paziente?


La priorità è passare da una sicurezza centrata sul singolo episodio a una sicurezza centrata sul percorso. Questo significa investire su interoperabilità dei dati, responsabilità chiare nei passaggi di cura, indicatori di esito e di processo nelle cronicità, integrazione reale tra ospedale, territorio e telemedicina, e valorizzazione delle funzioni di risk management come leva di governo e non solo di reazione all’evento avverso.
Sul piano culturale servono tre scelte nette:
– meno autoreferenzialità professionale, più lavoro multiprofessionale;
– meno adempimenti formali, più qualità della documentazione e della comunicazione;
– meno gestione difensiva del rischio, più apprendimento organizzativo dagli errori e dai quasi-eventi.

La Legge n. 24/2017 ha già fissato un principio fondamentale, cioè che la sicurezza delle cure è parte del diritto alla salute; la sfida dei prossimi anni sarà renderlo concreto soprattutto nei percorsi lunghi, fragili e interprofessionali della cronicità.

Un elemento centrale, a mio avviso, è la formazione del Risk Manager, un passaggio essenziale dal punto di vista normativo è la definizione di questa figura in termini di formazione, competenze ed esperienza, al fine di garantire che un ruolo così strategico nello scenario della sicurezza del paziente e delle cure sia ricoperto da risorse adeguate per competenze e formazione.

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Federica Lerro è avvocato con oltre vent’anni di esperienza maturata esclusivamente nel settore sanitario, dove si occupa di legal, compliance e gestione dei rischi per aziende sanitarie pubbliche e private. Supporta società scientifiche e organizzazioni professionali nella consulenza legale su responsabilità sanitaria, governance, privacy e contrattualistica, con un approccio fortemente operativo e orientato ai processi clinico-assistenziali.
Svolge attività accademica come professore a contratto di diritto sanitario presso l’Università di Genova, l’Università di Sassari e l’Università UniCamillus di Roma, all’interno di master post-universitari della Facoltà di Medicina e Chirurgia con contributi dedicati alla fiscalità, al management e alla governance della sanità. Esercita la propria attività come libera professionista ed è fondatrice di L&P Legal – Società tra Avvocati, boutique legale specializzata in Diritto Sanitario, con sedi a Milano, Roma e Bologna.



SAFE-T 2026 | Saving Lives Together
Formazione avanzata, simulazione e innovazione al servizio della sicurezza del paziente
17 settembre 2026 – Palazzo Rospigliosi, Roma
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Per informazioni: info@accuratesolutions.it